Salvatore Cuffaro (Raffadali, 1958-2010)

lunedì 25 gennaio 2010

Storia di un presidente

Cresciuto in seno alla Democrazia cristiana e allievo di Calogero Mannino, Salvatore Cuffaro, oggi vice segretario nazionale dell’Udc, viene eletto per la prima volta deputato all’Assemblea regionale siciliana nel 1991, anno in cui si impone sulla scena regionale come terzo degli eletti all’Ars. Nel 1996 è assessore all’Agricoltura e foreste, carica ricoperta per cinque giunte consecutive (prima con il centro-destra come membro del Cdu, poi del centro-sinistra con l’Udeur). Un assessorato – si legge sul sito ufficiale del Presidente – che rappresentava «l’ultimo degli assessorati che avrebbe desiderato» ma che gli procura molta gratitudine dato che gli consente, tra l’altro, di erogare finanziamenti per diecimila miliardi di lire.Sono quelli gli anni in cui Cuffaro consolida attorno alla sua persona l’ampio consenso che lo consacrerà, nel luglio 2001, Presidente della Regione Sicilia con più di un milione e mezzo di preferenze. Il suo successo è tale che viene addirittura coniato un nuovo termine, cuffarismo, per esprimere la sua cifra politica, che lui spiega così ai giornalisti: «Io ascolto la gente. Mi interesso ai suoi problemi. Dicono che abbiamo usato il potere per rastrellare voti. Io sono rimasto in prima fila a parlare con la gente, con gli elettori. […]. Non è che gli risolvessi i problemi, ma almeno li stavo a sentire. Con affetto. Cosa mi chiedono? Di tutto. Come lei vede, la mia porta è sempre aperta. Io ho scritto sui facsimile anche il mio numero di cellulare, così bussano in tanti». Il Presidente ammette che il suo afflato umano potrebbe averlo portato a commettere “molti errori”, ma sostiene di non aver mai frequentato volontariamente persone sapendole mafiose e rivendica il diritto a intrattenere rapporti con pregiudicati per mafia, considerandolo espressione della propria formazione: «Ho sempre avuto culturalmente l’idea che la gente può sbagliare, paga il prezzo, in questo caso alla giustizia, e poi torna a fare il suo lavoro» ha detto ai pm. Tra i suoi errori, uno è rimasto celebre, quello di essere andato – giovane candidato alle regionali per la Dc – a cercar voti a casa dell’imprenditore Angelo Siino. Era il 1991 e Siino sarebbe stato arrestato da lì a poche settimane perché accusato di essere il “ministro dei Lavori pubblici di Cosa Nostra”. Eppure, nonostante le sue amicizie pericolose, Cuffaro piace a molti siciliani che lo eleggono Presidente con vastissimo consenso per ben due mandati consecutivi (contro Leoluca Orlando nel 2001 e contro Rita Borsellino nel 2006). Tra i suoi estimatori ci sarebbe anche Bernardo Provenzano, il quale secondo il collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè lo avrebbe sostenuto per le elezioni regionali del 2001. Il vecchio boss corleonese avrebbe individuato in lui il cavallo vincente per la competizione elettorale, perché favorito anche dallo stile della sua politica “vecchio stampo clientelare” – così l’ha definita il collaboratore di giustizia – compatibile alle esigenze dell’organizzazione. Questa volta però la disinvoltura nei rapporti con elettori e sostenitori che contraddistingue il Presidente, non a caso soprannominato anche Totò Vasa-vasa (bacia-bacia), passata al setaccio dalla legge, sembrerebbe lasciarsi indietro qualche granello troppo grosso per attraversare tutte le maglie della responsabilità penale. Secondo i pm non si tratterebbe più solo di leggerezza nella selezione dei propri interlocutori. Vediamo qual è il quadro probatorio in base al quale i magistrati ne chiedono la condanna.
La “talpa” del Ros
Due sono le condotte contestate a Cuffaro. E la prima risale al periodo immediatamente precedente le consultazioni regionali del 24 giugno 2001. A qualche settimana dal voto, il futuro Presidente della Regione avrebbe appreso da una “talpa” della Procura che il suo amico Domenico Miceli (nel 2006 condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa), candidato all’assemblea regionale nelle liste dell’Udc, era stato intercettato mentre conversava con il medico di Brancaccio Giuseppe Guttadauro, già condannato per mafia e nuovamente nel mirino degli investigatori. Cuffaro avrebbe informato dell’accaduto l’interessato e per suo tramite anche il boss, consentendo a quest’ultimo di individuare la microspia e sottrarsi alle attività di indagine.La prova del passaggio di notizie e del ruolo del Presidente si troverebbe anzitutto nelle dichiarazioni rese al processo dalla stessa “talpa”, il maresciallo del Ros Giorgio Riolo. Riolo al momento dei fatti era il tecnico più qualificato di Palermo nell’applicazione delle moderne tecnologie alle attività investigative, il migliore sulla piazza, scelto per importanti operazioni di caccia ai latitanti al fianco del colonnello De Caprio (Capitano Ultimo), noto per aver catturato Totò Riina. Ma il sottoufficiale, come lui stesso racconta, pur nutrendo un’autentica passione per microspie e telecamere, avrebbe avuto la brutta abitudine di rivelare i segreti del suo reparto ad alcuni amici sotto osservazione. Riolo racconta che nell’aprile/maggio del 2001, quando il suo collega, il maresciallo Borzacchelli, gli comunica di aver presentato la sua candidatura alle regionali, in una lista d’appoggio al futuro presidente Cuffaro, lui non può fare a meno di sconsigliargli quella scelta. Gli rivela che sono in corso intercettazioni ambientali in casa Guttadauro e che più volte il boss è stato registrato mentre conversa con Domenico Miceli chiamando in causa Cuffaro. Questa rivelazione costituisce la prima fuga di notizie.
Il ritrovamento della microspia
Sarebbe poi stato Borzacchelli a spifferare tutto a Cuffaro. Secondo gli inquirenti anche il maresciallo dei Carabinieri era solito sfruttare la propria posizione per centellinare informazioni riservate, talvolta anche con modalità ricattatorie. Stando alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Campanella era proprio questo il suo ruolo nell’entourage di Cuffaro, il quale per le regionali 2001 avrebbe appositamente creato per lui la lista Biancofiore, perché venisse eletto all’Ars e lo proteggesse da eventuali indagini. La loro conoscenza risaliva già al 1999, anno in cui il maresciallo, come ammesso dallo stesso Cuffaro, aveva organizzato per lui, con la collaborazione di Riolo, un’operazione di bonifica nei locali dell’assessorato e della sua abitazione privata. Prova di un passaggio di informazioni tra Riolo/Cuffaro/Borzacchelli nei primi giorni di giugno è fornita dai contatti tra le utenze telefoniche (4 giugno Riolo/Cuffaro, 6 giugno Riolo/Borzacchelli e Cuffaro/Borzacchelli) rilevate dal consulente tecnico del pubblico ministero Gioacchino Genchi. Come questa soffiata sia giunta poi fino a Guttadauro lo avrebbe spiegato ai pm un altro amico del boss, il medico Salvatore Aragona (nel 2002 condannato in via definitiva per aver fornito un alibi al mafioso Enzo Salvatore Brusca, falsificandone una cartella clinica). Secondo la sua ricostruzione, confermata anche da testi di polizia giudiziaria, Aragona il 12 giugno 2001 avrebbe raggiunto Miceli presso la sua segreteria e lo avrebbe trovato agitato e preoccupato: era stato avvisato da Cuffaro, informato da Borzacchelli, di essere sotto controllo a causa di una telefonata intercettata in cui Guttaddauro parlava con lui. A quel punto Aragona si sarebbe precipitato in via de Cosmi, a casa del boss, per avvertirlo. Ulteriore e significativa traccia di quanto era accaduto fino a quel momento è contenuta nelle battute del dialogo tra Aragona e Guttadauro registrato da una microspia nascosta nel salotto di quest’ultimo: Aragona spiega al padrone di casa di aver visto Miceli che gli ha detto di un’intercettazione, di cui non si conosce la natura telefonica o ambientale, ma soprattutto spiega al padrone di casa che a Miceli la rivelazione l’ha fatta Totò Cuffaro («a iddu Totò ci u disse»).Da quel momento Giuseppe Guttaddauro si attiva per scoprire di quale tipo di intercettazione si tratti e il 15 giugno, tre giorni dopo la visita di Aragona, è in grado di scoprire la microspia in casa sua e smontarla. Una registrazione avvenuta proprio durante le operazioni di bonifica, mentre ancora altre microspie erano in grado di trasmettere il segnale, sarebbe la riprova della responsabilità dell’imputato Cuffaro. Si sentirebbe, ma non tutti i periti concordano sull’interpretazione, la moglie del boss, la signora Gisella Greco, che di fronte alla scoperta della microspia esclama: «Ragioni veru, ragioni avìa Totò Cuffaro» («Ragione veramente, ragione aveva Totò Cuffaro»).
Appuntamento in Regione
La seconda condotta contestata è invece relativa a due episodi dell’ottobre 2003. Epoca in cui il Presidente ha già ricevuto un avviso di garanzia perché indagato in merito alla vicenda Guttadauro. Principale destinatario della fuga di notizie è in questo caso Michele Aiello, nonché Giorgio Riolo e il maresciallo della Guardia di Finanza Giuseppe Ciuro, uomo della Dia e collaboratore del pm Antonio Ingroia. Anche Ciuro, come Borzacchelli e Riolo, avrebbe fatto parte della rete di “talpe”. L’ingegnere Aiello, lo abbiamo già detto, è uno dei più ricchi imprenditori siciliani, nato come costruttore edile e fondatore, tra le altre società, di “Villa Santa Teresa - Diagnostica x immagini” e “Atm”, centri d’avanguardia nel settore della radioterapia e diagnostica per immagini che sorgono a Bagheria. Aiello è stato accusato dal collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè di essere nelle disponibilità di Cosa nostra e “il fiore all’occhiello” di Bernardo Provenzano, ma lui si è sempre difeso sostenendo di essere vittima di una situazione che in Sicilia non lascia alternative. Secondo i pm ci sarebbe stato un accordo di reciproca utilità tra Aiello e la mafia in nome del quale l’ingegnere, come controprestazione dell’aiuto ricevuto da Cosa nostra per affermarsi economicamente, avrebbe versato ingenti somme di denaro alla famiglia di Bagheria, assunto personale segnalato dall’organizzazione e fornito ad alcuni membri del sodalizio imformazioni sulle attività investigative in corso, rivolte in particolare alla cattura dei boss latitanti Matteo Messina Denaro e Bernardo Provenzano. Il 20 ottobre 2003 Salvatore Cuffaro avrebbe convocato in Regione un collaboratore di fiducia di Michele Aiello, tale Roberto Rotondo per discutere di alcune questioni relative ai rimborsi tariffari per le cliniche dell’ingegnere (Aiello e altri imputati del processo sono accusati di aver manipolato le richieste di rimborso al punto da truffare lo Stato per centinaia di migliaia di euro). Il Presidente avrebbe chiosato la conversazione rivelando a Rotondo dell’intercettazione di una telefonata tra Giuseppe Ciuro e l’ingegnere Aiello per cui Ciuro sarebbe indagato, e di indagini a carico di «un certo Riolo». Lo stesso Rotondo ha raccontato l’incontro ai pm, precisando che il presidente prima di licenziarlo gli avrebbe raccomandato di «dire all’ingegnere» quanto gli era stato riferito. La sera del 20 ottobre si registrano diverse telefonate tra Aiello/Ciuro/Riolo/Rotondo che riscontrano quanto già dichiarato da quest’ultimo ai magistrati. Una, la più significativa, con inizio alle 21:23, registra le voci di Aiello, Ciuro e Aldo Carcione, cugino e socio di Aiello, mentre commentano la notizia appena ricevuta da Cuffaro e si propongono di verificarla con le loro fonti. Dice Aiello: «Roberto [Rotondo, ndr.] praticamente l’ha incontrato oggi pomeriggio al Presidente e lui stesso gliene ha parlato. Dice che sta... lui è stato tutto il fine settimana a Roma e ha attinto queste notizie da lì». I tre si mostrano scettici, ma si ripropongono di stare più attenti e Carcione consiglia Ciuro: «Cominciati a taliarti» («comincia a guardarti le spalle»).La preoccupazione è tale che da lì a qualche giorno Aiello, Riolo, Carcione e Ciuro si fanno un “regalo”, ossia nuove utenze telefoniche riservate per parlare con la tranquillità di non essere intercettati. Ma Carcione fa un errore nell’utilizzo del nuovo cellulare e gli investigatori riescono a ricostruire in breve tempo anche la nuova rete clandestina, sui cui fili corrono conversazioni importanti per provare le circostanze e i fatti relativi a un terzo episodio contestato a Cuffaro.
Incontro nel negozio Bertini
Il 31 ottobre 2003 Salvatore Cuffaro incontra Michele Aiello presso il negozio di abbigliamento Bertini a Bagheria. Un appuntamento «in incognito» (secondo le parole di alcuni suoi collaboratori intercettati al telefono) al quale Cuffaro si reca senza scorta e durante il quale, in disparte ma sotto gli occhi dei presenti, il Presidente avrebbe fornito all’ingegnere nuove informazioni sulle indagini a carico suo, di Riolo e di Ciuro. Sulle modalità in cui è stato organizzato l’incontro hanno deposto in aula alcuni uomini dello staff del Presidente, confermando sostanzialmente la natura riservata dell’appuntamento. Sul contenuto dell’incontro esiste invece la registrazione di una telefonata tra Aiello e Carcione (avvenuta sulla nuova rete di utenze riservate) durante la quale l’ingegnere racconta al cugino che Cuffaro ha avuto le notizie da un «collegamento con Roma» e consiglia loro di «aprirsi gli occhi». Nel dicembre 2003 Aiello dirà ai pm che nel negozio Bertini Cuffaro gli aveva parlato di indagini nei confronti suoi, di Riolo e di Ciuro, dichiarazione che ritratterà parzialmente nel corso dell’esame dibattimentale per poi confermarla nuovamente durante l’udienza del 7 febbraio 2006. Di fronte a tutte queste accuse Salvatore Cuffaro si è sempre protestato innocente.
Cuffaro e la mafia
Fin qui le risultanze investigative che proverebbero la rivelazione di segreti d’ufficio e il favoreggiamento semplice. Perché si configuri l’aggravante del favoreggiamento alla mafia occorre ancora provare che il Presidente abbia agito consapevolmente nell’interesse di Cosa nostra o di alcuni suoi affiliati. Riferendo a Miceli delle intercettazioni, Cuffaro prevedeva di favorire il boss Guttadauro e i suoi sodali?Secondo i pubblici ministeri la risposta è indubbiamente positiva, perché nel 2001 Salvatore Cuffaro, per sua stessa ammissione, era perfettamente consapevole del rapporto d’amicizia che univa Domenico Miceli e l’uomo di Cosa nostra, così come era al corrente della condanna per mafia di quest’ultimo, «pertanto quando riceve da Borzacchelli le rivelazioni sull’indagine che ha al suo centro l’attività di Guttadauro quale capo del mandamento di Brancaccio, Cuffaro ha ben chiaro il significato di queste indagini, comprende perfettamente quello che essa può significare per questo importantissimo settore dell’organizzazione mafiosa». Secondo i pm il Presidente avrebbe comunque favorito il boss senza che la sua prestazione si iscrivesse in un esplicito accordo di reciproca utilità, e ciò escluderebbe il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Nel quadro probatorio presentato da Prestipino, De Lucia e Pignatone, pur apparendo chiaro che Miceli sia stato il candidato di Guttadauro nelle liste di Cuffaro, non vi sarebbe traccia di un patto tra il boss e il Presidente: «Se vi fosse la prova che tale candidatura era stata concordata tra Giuseppe Guttadauro, Salvatore Aragona, Domenico Miceli e Salvatore Cuffaro con l’assunzione di precisi impegni nell’interesse di Cosa nostra e la successiva attivazione di Cuffaro per la realizzazione di quanto concordato, saremmo in presenza, per ciò solo a prescindere da altre condotte poste in essere dall’imputato, di una responsabilità a titolo di concorso esterno nell’associazione mafiosa [...]. Dagli atti però non emerge la prova di alcuna concreta attivazione in questo senso di Cuffaro». Né, secondo i pm, il favore raccolto dalla politica di Cuffaro presso alcuni mafiosi, testimoniato dai collaboratori Antonino Giuffrè e Maurizio Di Gati (già boss nella provincia di Agrigento), comproverebbe l’esistenza di un «patto di scambio politico/mafioso» tra il Presidente e l’organizzazione. Ma in Procura non tutti sono d’accordo con la loro impostazione, anzi. Il pm Nino Di Matteo, ex titolare del processo “Talpe”, ha abbandonato il banco dell’accusa nel novembre del 2006, in disaccordo con i colleghi, convinto che alcuni nuovi elementi di colpevolezza raccolti a carico di Cuffaro fossero sufficienti ad aggravare l’imputazione del Presidente. Una linea, quella di Di Matteo, che era già stata del pm Gaetano Paci (che si era occupato delle prime indagini su Cuffaro) e che è condivisa da altri magistrati. Al punto che in Procura è già stata avanzata, e accolta, la richiesta per l’apertura di un’inchiesta-bis.Le tribolazioni del Presidente potrebbero quindi non finire qui. Per ora l’imputazione è rivelazione di segreti d’ufficio e favoreggiamento aggravato, ma presto Cuffaro potrebbe di nuovo essere chiamato a difendersi, questa volta dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
Ultimora
Il 23 gennaio 2010 la Corte d'Appello di Palermo condanna Cuffaro a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato nel processo 'talpe alla Dda'. Rispetto alla sentenza di primo grado la pena è stata inasprita di ulteriori due anni, con l'aggravante di aver favorito Cosa Nostra. Dopo la sentenza Cuffaro ha annunciato di lasciare ogni incarico di partito e di voler ricorrere alla Corte di Cassazione.
E' chiaro, dunque, che passerà alla storia. Anzi, ci è già passato...

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